MAGNETOTERAPIA


GLI STROBOSCOPI A GAS XENO

DIVENTANO POTENTI MAGNETOTERAPIE

A BASSA FREQUENZA


Testo di Marco Montanari

www.fieldsforlife.org


Copyrigt © 2010


LICENZA PUBBLICA GENERICA (GPL) DEL PROGETTO GNU


GLI APPARECCHI ELETTROMEDICALI QUI DESCRITTI

NON SONO GIOCATTOLI

LA LORO RIPRODUZIONE È CONSENTITA

SOLO A SCOPO SCIENTIFICO E/O SPERIMENTALE

NON A SCOPO COMMERCIALE E/O INDUSTRIALE


INDICE


ACCORATO AVVERTIMENTO AGLI SPROVVEDUTI

NELL'ATTESA CHE VENGA QUEL GIORNO...

UNA MAGNETOTERAPIA INNOVATIVA

COME MANEGGIARE UNA LAMPADA ALLO XENO

UNO STROBOSCOPIO NOBILITATO

PRIME IMPORTANTISSIME CONCLUSIONI

TERAPIA FOTODINAMICA E MAGNETOTERAPIA

STROBOSCOPI IN CRESCENDO

COSTRUZIONE DELL'INTERFACCIA BIOFISICA

UNA MAGNETOTERAPIA FATTA CON COMPONENTI DI RECUPERO

ALCUNE CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE


ACCORATO AVVERTIMENTO AGLI SPROVVEDUTI

Corrono un serio rischio di morte coloro che sottovalutano o peggio ignorano le indispensabili precauzioni a cui chiunque si deve scrupolosamente attenere durante il collaudo e l'uso degli apparecchi elettrici collegati direttamente alla rete di distribuzione elettrica.

Le seguenti magnetoterapie a bassa frequenza sono costituite da pochi ed elementari componenti elettrici ed elettronici. La loro facile reperibilità può indurre coloro che si ritengono in grado di assemblarli, di procedere facilmente alla realizzazione o alla modifica di flash stroboscopici, ignorando o sottovalutando l'elevata possibilità di subire gravissimi danni fisici o mortali specialmente durante il collaudo dell'apparecchiatura.

E' del tutto evidente che chi legge questo testo, per la curiosità di sperimentare ciò che gli appare semplice o addirittura elementare (l'ovvietà è sempre un'illusione), decida di apportare delle modifiche a circuiti già esistenti o di realizzare in fretta e furia uno dei seguenti schemi elettrici di magnetoterapia a bassa frequenza.

Se il costruttore non possiede adeguate conoscenze di elettronica e non conosce il pericolo delle alte tensioni e non sa cosa comporti un circuito non disaccoppiato dalla rete di distribuzione elettrica, invece di sperimentare gli effetti terapeutici di potenti campi magnetici impulsivi, sarà ricordato come colui che non sapeva che:

CHI TOCCA I FILI MUORE



NELL'ATTESA CHE VENGA QUEL GIORNO...


L'Autore incoraggia la riproduzione a scopo sperimentale di tutti gli apparecchi medicali proposti dal medesimo alla comunità umana e scientifica mediante Internet, in particolare riconosce il ruolo terapeutico delle magnetoterapie a bassa frequenza, ma di grande potenza impulsiva (vedi oltre), come determinanti nella cura di moltissime malattie.

In altri termini, l'Autore è assolutamente certo di quanto va affermando e, tramite Internet, dona all'attento lettore il proprio bagaglio culturale maturato nell'indefessa applicazione nella ricerca delle interazioni tra il proprio organismo ed i campi magnetici, attuata al contempo in modo sistematico e critico, per cui gli resta solo di esclamare: Provate per credere!

La condivisione di fenomeni biofisici in origine osservati ed applicati da alcuni soprattutto nell'autocura delle malattie, la loro ripetuta osservazione tramite la libera sperimentazione è causa del perfezionamento della prassi applicativa o della sua eventuale revisione; in questo caso l'informazione riguarda la dimensione empirica, mentre la condivisione di ogni tipo di informazione si attua mediante Internet.

Ogni sperimentatore che trae evidenti benefici fisici come diretta conseguenza dall'azione biofisica di impulsi di potenti campi magnetici, matura la corrispondente coscienza sperimentale, che tende a diffondersi nel proprio ambiente in forma aneddottica e se altre persone avranno la possibilità di ripetere la medesima prassi sperimentale, i casi aneddottici aumenteranno esponenzialmente.

Il passaggio dalla sperimentazione empirica a quella scientifica che mira a spiegare le cause biofisiche dei medesimi fatti aneddottici, deriva dal loro massiccio incremento, ma non necessariamente dalla loro omogeneità, in ogni caso il loro numero dovrebbe indurre alcuni ricercatori particolarmente sensibili all'innovazione in Medicina a procedere alle dovute conferme ma, come recita una famosa canzone, “nell'attesa che venga quel giorno...” l'Autore attende con fiducia il tempo in cui i biofisici lavoreranno sempre a fianco dei medici e dei farmacologi, ma nel frattempo gli eventi si riassumono nel seguente aforisma i cui molti significati sono reperibili nel vissuto esistenziale e culturale di molti:

Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire


UNA MAGNETOTERAPIA INNOVATIVA

L'Autore da decenni studia le elettroterapie e la Magnetoterapia; nei riguardi di quest'ultima ne ha già posto le basi realizzative nell'articolo: Magnetoterapia innovativa a bassa frequenza a scarica capacitiva (1,4 Tesla); alla cui consultazione rimanda l'eventuale ignaro lettore, non ritenendo necessario ripetere qui quanto ha già scritto.

Le innovative magnetoterapie a bassa frequenza che generano rapidi e intensi campi magnetici di uno o due Tesla, usufruiscono dell'elevata intensità di corrente elettrica prodotta dalla scarica di un condensatore in un induttore; quest'ultimo costituisce l'interfaccia biofisica. Detta scarica è attuabile mediante un semplice interruttore meccanico, comunque destinato ad una rapida usura che invece non avviene ricorrendo agli SCR di potenza. Altrettanto rapidi e intensi campi magnetici si possono produrre utilizzando delle lampade allo xeno normalmente impiegate per segnalazione o per scopi ludici o professionali in cui si richiede l'applicazione dell'effetto stroboscopico.

Le lampade allo xeno funzionano in modo analogo agli SCR con la differenza che per l'innesco necessitano di un impulso in alta tensione (7 – 8 KV) che evolve in un'onda smorzata di circa 250 Khz e, come gli SCR, hanno un anodo e un catodo (l'anodo è normalmente marcato con un punto rosso). Le lampade allo xeno si differenziano tra loro in base all'energia che possono veicolare ad ogni innesco senza collassare che nei tubi di minore potenza di solito è di circa 0,140 J e la loro durata si approssima a circa 10.000.000 di scariche, oltre le quali cessano di funzionare. Una magnetoterapia derivata da un classico stroboscopio allo xeno, non potrà superare le 400 ore di funzionamento. L'Autore ritiene che tale limite si potrebbe elevare, utilizzando lampade a gas per uso automobilistico.

I difetti tecnici sono compensati da notevoli effetti biologici comunque localizzati:

Da quanto esposto si evince che la scelta di una magnetoterapia a bassa frequenza derivata da uno stroboscopio con lampada allo xeno, dovrebbe essere determinata dall'uso contemporaneo della variazione di flusso del campo magnetico e delle onde elettromagnetiche luminose, soprattutto dell'intera banda del rosso e dell'infrarosso vicino. Si deve sottolineare il fatto che anche la terapia fotodinamica pulsata appartiene alla dimensione quantistica che, in quanto tale, ha una propria e indiscussa autonomia terapeutica.

L'Autore è un convinto assertore delle coazioni terapeutiche che nel passato venivano erroneamente tutte definite sinergiche”, nella fattispecie la dimensione scientifica è al contempo biofisica ed anche farmacologica, per questo l'Autore attende che venga anche il tempo della Magnetofarmacologia.

COME MANEGGIARE UNA LAMPADA ALLO XENO

Prima di procedere alla descrizione del funzionamento degli stroboscopi elettronici per la propria ed altrui sicurezza è assolutamente fondamentale sapere come maneggiare le lampade allo xeno.

A questo punto l'attento lettore avrà compreso che i tubi allo xeno sono roba per professionisti ed è bene non lasciarli in mano agli inetti !.

Gli esempi che seguono consentono di fornire al costruttore dettagliate istruzioni circa il modo di assemblare uno stroboscopio allo xeno e come trasformarlo in una magnetoterapia a bassa frequenza.

Il costruttore comprenderà come dimensionare l'interfaccia biofisica (induttanza con nucleo metallico o meglio di ferrite) in funzione del tipo di circuito che il medesimo costruttore intende utilizzare che sarà scelto in base alla localizzazione degli eventi patologici da trattare (organo, e/o tessuto biologico, sua profondità, area e/o regione e gravità). Tutto ciò rappresenta una importante innovazione nel campo della Magnetoterapia. Per la prima volta il costruttore può progettare un apparecchio magnetoterapico prevedendone l'idoneità terapeutica.

Gli eminenti clinici che nei riguardi della Magnetoterapia hanno prodotto della bibliografia medica, non hanno lasciato che scarne e a volte contraddittorie informazioni in merito alle apparecchiature da loro utilizzate. L'Autore ritiene di poter colmare questa importante lacuna.


UNO STROBOSCOPIO NOBILITATO

Lo schema seguente è un classico rappresentante degli stroboscopi con lampada a gas xeno. La sua trasformazione in magnetoterapia a bassa frequenza unitamente alla possibilità di effettuare la terapia fotodinamica pulsata, ne nobilita l'umile origine per cui, ancora una volta, si può affermare che qualunque elettromedicale non ammette ignoranti e sprezzanti giudizi basati unicamente sulla eccessiva semplicità circuitale o per il fatto che molti esperimenti possono derivare dal recupero di materiali elettronici (vedi oltre) oppure, come lo stroboscopio in oggetto, che fu progettato per essere usato in discoteca a scopo ludico. L'acume dei banalizzatori mai si sopisce.

Figura 1: Schema elettrico di uno stroboscopio trasformabile in magnetoterapia a bassa frequenza (1 – 10 Hz). La X indica dove collegare l'interfaccia biofisica.

(Lo schema è tratto da Nuova Elettronica rivista n° 86 - 87 - sigla del kit: LX536).

La cella schematica composta dai componenti C1, C2, DS1, DS2, C3 svolge due compiti fondamentali; il primo, costituito dal parallelo di C1 e C2 (0,2 uF), la cui reattanza a 50 Hz (15600 ohm) limita a pochi milliampere e senza dissipazione termica l'intensità della corrente elettrica prelevata dalla rete a 220 – 230 V. Il secondo compito del medesimo condensatore è quello di duplicare la tensione di rete di 230 V mediante la disposizione dei due diodi DS1 e DS2. Il condensatore antinduttivo C3 si carica a circa 440 – 450 V. La cella composta da R1, R2, C4 e dal DIAC, determina la costante di tempo (R*C) il cui livello limite è dato dal valore di conduzione del DIAC (30 V), raggiunto il quale SCR1 va in conduzione e scarica violentemente C5 che nel frattempo si era caricato tramite R3 e il primario di T1 che è un piccolo trasformatore costruito come elevatore di tensione. Al secondario di T1 si presenta un'elevata tensione di 7 o 8 KV che genera una prima e limitata ionizzazione del gas xeno, comunque sufficiente a produrre l'effetto valanga tipico della fase di conduzione vera e propria in cui quasi tutta la carica elettrica contenuta in C3 viene ad esaurirsi nella scarica ad opera dello xeno ionizzato contenuto nel tubo di vetro quarzoso. Se il condensatore C3 si era caricato a 450 V l'energia della scarica sarà di circa 0,1 J (E = ½ CV2).

Per trasformare questo stroboscopio in una valida magnetoterapia è sufficiente interrompere il collegamento indicato con X nello schema elettrico e collegarvi una idonea interfaccia biofisica.

Figura 2: Solenoide campione costruito dall'Autore che funge da riferimento per il corretto dimensionamento delle interfacce biofisiche delle magnetoterapie a bassa frequenza. In questo solenoide l'energia di 0,147 J si estingue in modo esponenziale in 1,7 ms che determina il valore di riferimento equivalente alla più lenta variazione di flusso del campo magnetico (B) che non conviene aumentare.

Qualora si raddoppiasse la capacità di C3, si raddoppierebbe anche l'energia della scarica, ma contemporaneamente si potrebbe ridurre la vita del tubo allo xeno. L'aumento consentito del valore di C3 è di circa 0,5 uF. Qualora la capacità di C3 fosse di 1,5 uF l'energia della scarica salirebbe a circa 0,151 J e se l'interfaccia biofisica fosse analoga a quella descritta dall'Autore nell'articolo: “Le configurazioni elettroniche delle magnetoterapie” a pag. 21 e visibile in questo testo nella Figura 2, si avrebbe la certezza di avere riprodotto (senza tante complicazioni) l'idoneità terapeutica ottenibile con la magnetoterapia derivata da un'accensione elettronica a scarica capacitiva ritratta nella fotografia di Figura 2 di pag. 11 nell'articolo: “Modalità di somministrazione dei campi magnetici pulsati (CMP)”. Sarebbe ugualmente riprodotta la caratteristica capacità di evocazione del dolore che la contraddistingue. Quest'ultimo elemento non deriva tanto dal valore dell'induttanza, ma proviene dalla resistenza ohmica della bobina che influenza in modo determinante la rapidità della variazione di flusso del campo magnetico.

PRIME IMPORTANTISSIME CONCLUSIONI

Una possibile evoluzione del circuito di Figura 1 è la sostituzione del tubo allo xeno con un SCR, ma l'Autore ha già provveduto a presentare questa evenienza nell'articolo: “Magnetoterapia innovativa a bassa frequenza (1,4 Tesla)”.

In questa magnetoterapia la tensione di carica del condensatore (1,54 uF) è di 300 V per cui l'energia della scarica (0,0675 J) è minore della metà di quella in oggetto (0,151 J) ma, confrontando le caratteristiche del solenoide di riferimento inserito nel circuito di Figura 1, con l'interfaccia biofisica descritta nell'articolo “Magnetoterapia innovativa a bassa frequenza (1,4 Tesla)”;in quest'ultima è molto maggiore la rapidità con cui l'energia accumulata nel condensatore (0,0675 J) si scarica nell'interfaccia biofisica e sono maggiori sia le dimensioni del nucleo sia la frequenza delle scariche. Tutto ciò coincide con un'idoneità terapeutica che va oltre ogni aspettativa; inoltre non compare il fenomeno dell'evocazione del dolore. Per quanto riguarda la frequenza delle scariche, l'Autore non ha reperito evidenti miglioramenti sopra i 30 Hz.

Dividendo l'energia totale della scarica capacitiva (espressa in Joule) per i microsecondi in cui viene smaltita detta energia, risulta lapalissiano che al diminuire del tempo di scarica aumenta l'energia smaltita in ogni microsecondo.

I dati che sono stati presentati decretano, in modo definitivo, l'importanza della rapidità della variazione di flusso del campo magnetico che sovrasta tutte le altre variabili prettamente circuitali e, al contempo, pongono in primo piano il corretto dimensionamento dell'interfaccia biofisica.

Gli esempi seguenti dimostrano come sia possibile realizzare delle magnetoterapie innovative con pochissimo sforzo economico e molta inventiva.



TERAPIA FOTODINAMICA E MAGNETOTERAPIA

Potrebbe accadere che un oggetto costruito per uno scopo si possa destinare ad un altro uso completamente diverso dal precedente ? La risposta è affermativa se questa domanda viene riferita allo stroboscopio ritratto in Figura 3.

Figura 3: Spot stroboscopico con lampada allo xeno di fabbricazione cinese. Si trova in commercio dotato di filtro rosso o verde o giallo o blu oppure trasparente. Lo spot con cui è possibile praticare la terapia fotodinamica impulsata deve essere dotato di filtro rosso che non si deve mai rimuovere. (Fotografia dell'Autore)

L'Autore da anni si dedica appassionatamente allo studio delle similitudini la cui conoscenza è indispensabile per instaurare il processo di debanalizzazione che consente di vedere dentro e oltre le apparenze. Lo stroboscopio in oggetto, che appare destinato alla “discoteca familiare”, risulta essere una idonea sorgente di onde elettromagnetiche che si può impiegare tal quale nella terapia fotodinamica impulsata ed è suscettibile di essere trasformato in una discreta magnetoterapia a bassa frequenza (vedi oltre).

Prima di entrare nel merito, è bene conoscere il circuito e successivamente è possibile procedere all'eventuale trasformazione. Dopo aver svitato le quattro viti che trattengono il coperchio, l'interno è ritratto nella seguente fotografia.

Figura 4: Stroboscopio con lampada allo xeno. Il filo bianco e rosso in alto è l'anodo, quello centrale è il trigger e quello in basso è il catodo. Evitare di toccare il tubo allo xeno con le mani nude. (Fotografia dell'Autore)

Tutti i conduttori isolati sono ridotti al minimo utile e nel maneggiarli possono spezzarsi in prossimità delle saldature. Alcuni stroboscopi non danno segno di vita o funzionano in modo intermittente; la causa è la spina bipolare di alimentazione che è sottodimensionata ed è bene sostituirla con una di marca. Per riconoscere la polarità dei fili che si collegano alla lampada allo xeno è indispensabile osservare il circuito elettronico che in questo caso è molto simile a quello della Figura 1 (vedi oltre). I componenti sono visibili solo estraendo e ruotando il circuito stampato, quindi dopo aver sfilato il pomello del potenziometro e svitato il dado del medesimo, il circuito si può ribaltare con delicatezza ed è visibile nella figura seguente.

Figura 5: Circuito stampato del lato componenti; la lampadina al neon svolge l'identica funzione del DIAC. La lampada allo xeno è dichiarata essere da 25 W. (Fotografia dell'Autore)

Figura 6: Schema elettrico del soprastante spot stroboscopico.

ELENCO COMPONENTI

R1 = 820K

R2 = 820K

R3 = 330K

R4 = 470K

R5 = 2,2M

R6 = 47K

RV1 = 1M lin

C1 = 1,5uF 400V

C2 = 1,5uF 400V

C3 = 0,1uF 100V

C4 = 0,1uF 100V

D1 = 1N 4007

D2 = 1N 4007

LPN = neon

TR = TRIG. EAT

U1 = MCR100-6 (SCR)

Lampada allo xeno di forma lineare dichiarata da 25 W (?).

Figura 7: Interfaccia biofisica collegata in serie all'anodo della lampada. (Fotografia dell'Autore)

A differenza del DIAC, la lampadina al neon sopporta solo un'esigua corrente e il progettista del suddetto stroboscopio si è evidentemente preoccupato di salvaguardarne l'integrità, per cui la cella schematica deputata all'innesco del tubo allo xeno è diversa da quella di Figura 1. I capitoli seguenti sono dedicati alla trasformazione di particolari stroboscopi in potenti magnetoterapie a bassa frequenza.


STROBOSCOPI IN CRESCENDO

Al pari dei precedenti stroboscopi anche quelli che seguono sono progettati all'insegna della semplicità circuitale, ma procedono in ordine crescente di potenza erogabile dall'interfaccia biofisica. La gestione dell'aumento progressivo dell'energia in funzione del tempo (potenza) comporta l'acquisizione di informazioni tecniche che si estendono anche nei successivi capitoli.

L'energia della scarica capacitiva dello stroboscopio di Figura 8 (0,05819 J), non è maggiore di quella erogata dai precedenti stroboscopi, ma lo schema seguente è molto utile, essendo utilizzabile tal quale in applicazioni analoghe. L'uso del rettificatore a semionda (D1) consente di sostituire il tubo allo xeno con un SCR, previa modifica di parte del circuito di innesco; inoltre il condensatore C3 (2,2 uF) si carica mediante la resistenza R3.

Figura 8: Schema elettrico ed elenco componenti di un lampeggiatore stroboscopico modificato in magnetoterapia a bassa frequenza.

RV1= 2,2M pot. lin./ R1= 330K ½W/ R2= 100K ½W/ R3= 1K 5W/ C1= 3,9uF poliestere 100V/ C2= 470 nF poliestere 500V/ C3= 2,2 uF poliestere 500V/ TR1= trasformatore di innesco / D1= 1N4007/ D2= DIAC qualunque / U1= SCR 400V 3A (C106A) / L1= interfaccia biofisica (vedi testo) / Lampada allo xeno US3 o XBLU50 0 U35T o similare. (Progetto di stroboscopio di Andrea Dini modificato dall'Autore

La VELLEMAN KIT produce uno stroboscopio per uso fotografico con caratteristiche professionali (Figura 9), utilizzabile anche a scopo ludico (discoteca) in cui il condensatore C1 da 10 uF 350 VL si carica a circa 300 V mediante un rettificatore ad onda intera. La scarica capacitiva genera un'energia di 0,45 J applicabile all'interfaccia biofisica descritta nel capitolo seguente.

Figura 9: Stroboscopio della VELLEMAN KIT – K2601 prima di essere trasformato in una eccellente magnetoterapia a bassa frequenza di alta potenza. Il tubo allo xeno è un S6049 che può sopportare un'elevata energia di scarica (circa 0,45 J). Il condensatore C1 è da 10uF 350VL (JAMICON); nel tubo allo xeno è visibile il punto di colore rosso che contraddistingue l'anodo. (Fotografia dell'Autore)

La magnetoterapia derivata dallo stroboscopio della Velleman, è il primo esempio di come si genera un potente campo magnetico che al massimo si estingue in alcune centinaia di microsecondi.

L'impulso costituito dai suddetti due eventi (intensità del campo magnetico e la sua rapida estinzione) appaiono unitari, ma in ambito biofisico hanno una distinta valenza il cui insieme sappiamo essere causa di splendidi effetti terapeutici. Ambedue determinano ciò che l'Autore definisce idoneità terapeutica di una magnetoterapia la cui implementazione è l'oggetto del presente articolo.


COSTRUZIONE DELL'INTERFACCIA BIOFISICA

Il solenoide costruito dall'Autore per questa particolare magnetoterapia, ma applicabile anche alle seguenti, è visibile nella fotografia sottostante.

Onde ridurre la dissipazione termica dell'avvolgimento, la sua resistenza è di 0,18 ohm, ed è costituita da filo di rame smaltato Ø 1,6 mm (compreso lo smalto). Le spire di ogni strato dell'avvolgimento sono state isolate con carta adesiva da carrozzieri. Originariamente il rocchetto ha una induttanza di 380 uH che, dopo l'inserzione del nucleo di ferro, aumenta a 1,484 mH.

Figura 10: Lato posteriore” dell'interfaccia biofisica prima del montaggio definitivo (Fotografia dell'Autore)

Il solenoide è stato costruito riciclando un vecchio rocchetto di materiale plastico in cui era avvolto il filo di lega eutettica di “stagno” per saldature.

Le dimensioni sono: diametro dei dischi: Ø 65 mm, altezza interna: 45 mm, foro centrale: Ø 25 mm riempito di spezzoni di filo di ferro plastificato Ø 0,7 mm con estensione polare a cupoletta, prominente dal lato “anteriore” di circa 2,5 centimetri.

I fili di ferro sono stati bloccati con colla epossidica bicomponente (il colore rosso è vernice anch'essa con funzione di collante). Nel lato “posteriore” (lato terminali, vedi fotografia soprastante) il nucleo di fili metallici isolati non sporge dal rocchetto.

Figura 11: Interfaccia biofisica con induttanza di 1,484 mH (lunghezza 108 mm, Ø 68 mm) costruita per la terapia dell'ipertrofia prostatica. (Fotografia dell'Autore)

UNA MAGNETOTERAPIA FATTA CON COMPONENTI DI RECUPERO

Il seguente sottotitolo potrebbe sintetizzare quanto segue:

Come aumentare di sette volte l'energia della scarica capacitiva dello stroboscopio della Velleman”.

Coloro che senza troppa fatica intendono sperimentare gli effetti terapeutici di una potente magnetoterapia, possono procedere alla realizzazione del kit della VELLEMAN di Figura 9. Devono leggere quanto segue coloro che si associano all'Autore che ricerca nuovi o più rapidi effetti terapeutici unitamente al limite superiore dell'impiego terapeutico degli impulsi di campo magnetico (vedi oltre).

La ricerca sperimentale ha lo scopo di evidenziare il ruolo delle tre variabili fondamentali di una magnetoterapia a bassa frequenza che sono: l'intensità del campo magnetico, la durata nel tempo di ogni impulso, la frequenza ovvero il periodo.

Figura 12: Macchina fotografica del tipo usa e getta” a cui è stato tolto l'involucro di cartoncino. Essa contiene il circuito elettronico del flash il cui recupero consente di costruire una magnetoterapia a bassa frequenza di grande potenza. (Fotografia dell'Autore)

Prima di estrarre il circuito del flash cercare di togliere la batteria oppure disattivarla, inserendo un setto isolante in uno dei due poli.

Il condensatore si carica lentamente fino a circa 300 V, quindi evitare di azionare il flash, nel qual caso cortocircuitarne i terminali con una resistenza da 1000 ohm 1W. Il circuito elettronico del flash può apparire simile o identico a quello della figura seguente.

Figura 13:Circuito del flash; si osservano: il condensatore elettrolitico (120 uF 330V - SAMXON – PHOTO FLASH), l'SCR, il trasformatore elevatore di trigger (blu). (Fotografia dell'Autore)

Si dovranno smontare: il condensatore elettrolitico antinduttivo, il trasformatore di trigger, il tubo allo xeno ed eventualmente anche l'SCR; questi componenti faranno parte di un nuovo circuito che verrà alimentato con la tensione di rete. Prima di smontarli è indispensabile riconoscere le polarità del tubo allo xeno, le connessioni del trasformatore di trigger che fanno capo alla cella schematica dell'SCR ed eventualmente individuare i terminali dell'SCR.

Figura 14: L'anodo del tubo allo xeno si riconosce dal filo che lo collega al positivo del condensatore elettrolitico; in questo caso l'anodo è di colore arancione, per cui il filo rosso è il catodo e quello bianco è il trigger. (Fotografia dell'Autore)

Seguirà lo schema applicativo che è simile a quello di Figura 8 che evita di raggiungere o di superare la massima tensione di lavoro del condensatore elettrolitico. La riduzione dell'energia della scarica capacitiva (da 5,4 J con scarica a 300 V a 3,174 J con scarica a 230 V) prolunga la vita del tubo allo xeno e risulta ugualmente importante sul piano puramente sperimentale.


ALCUNE CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

L'ESISTENZA DI UN LIMITE INFERIORE PRESUPPONE L'ESISTENZA DI UN LIMITE SUPERIORE


Negli ultimi cinquant'anni sono già stati ampiamente studiati gli effetti terapeutici di deboli campi magnetici, le cui caratteristiche fisiche (forma, intensità, durata, frequenza) in ambito biofisico determinano il limite inferiore dell'idoneità terapeutica di detti campi.

La quasi totalità delle magnetoterapie reperibili in commercio ne normalizza la disponibilità, sovente propagandata come unica ed autentica fonte di benessere. La carenza di nozioni biofisiche è universale e alcuni costruttori si librano nell'empireo delle congetture prive di fondamento. Alcuni scrivono autentici panegirici sulla inderogabile necessità di usare unicamente i loro debolissimi campi magnetici e altri candidamente dichiarano che la loro magnetoterapia produce un campo magnetico di intensità pari o inferiore a quello terrestre.

La veridicità delle suddette congetture si è talmente radicata, unitamente alla carenza di analisi critica e sperimentale, al punto che un costruttore di un generatore di impulsi di un potentissimo campo magnetico dichiara che detto apparecchio non è una magnetoterapia e questa è l'ennesima prova che cedere all'ovvietà genera illusioni in grado di accecare chiunque. Ad esclusione di quest'ultima magnetoterapia, quelle realizzate seguendo il criterio che il minimo o addirittura il nulla possono originare la migliore efficacia terapeutica, detti apparecchi o non dovrebbero esistere o dovrebbero avere un ruolo eminentemente sperimentale che i fabbricanti fanno pagare a caro prezzo ai loro clienti. Vale a dire che i medesimi fabbricanti, pur di vendere, assolutizzano lo scopo terapeutico di una certa forma, intensità, durata e frequenza di impulsi di campo magnetico propagandati come se fossero l'unico modo per fare della magnetoterapia. Quanto è stato fatto finora ha i connotati di una ricerca empirica deprivata di quella indispensabile attenzione critica che caratterizza l'esordio della comprensione dei fatti attuabile in modo scientifico.

Le diverse idoneità al moto e al trasporto di cose e persone di un'automobile e di un carro ligneo ne vietano la dettagliata comparazione a causa dell'enorme variabilità fisica e strutturale con cui sono stati pensati e realizzati i loro rispettivi componenti. Analogamente le guarigioni generate da diversi eventi biofisici appaiono ottenute dall'enorme variabilità delle medesime cause biofisiche al punto che non sembrerebbero comparabili le une con le altre. Vale a dire che esiste discordanza nell'attribuire a specifiche cause biofisiche l'origine dell'azione terapeutica dei campi magnetici.

Gli esperimenti proposti dall'Autore alla comunità umana e scientifica ed attuabili (almeno in parte) realizzando le magnetoterapie a bassa frequenza a scarica capacitiva, rivelano a coloro che non si limitano a guardare, ma intendono vedere ciò che vi è di comune negli effetti biofisici indotti non da generici campi magnetici bensì da “qualcosa” che consente di misurare l'energia di attivazione che è all'origine dell'interazione terapeutica tra campi magnetici e le strutture biologiche viventi.

Dato che, fino a prova contraria, il Rivelatore di detta interazione non è uno strumento fisico, ma lo è solo il sistema biologico (organi, tessuti, cellule) che passano da una condizione patologica ad una di normalità, per cui l'Autore ad essi si adegua (ai fatti) e indica la relatività dei medesimi eventi, affermando che ad una certa forma, intensità, durata e frequenza di impulsi di campo magnetico corrisponde una particolare idoneità terapeutica (efficacia terapeutica) attribuibile univocamente ad una determinata conformazione (valore) delle medesime variabili, per cui l'Autore è da tempo alla ricerca della migliore idoneità terapeutica promossa da una particolare magnetoterapia.

L'analisi dei dati sperimentali empirici mette in evidenza che l'idoneità terapeutica aumenta se aumenta l'intensità di campo e se contemporaneamente viene ridotto sotto al millisecondo il tempo della variazione di flusso. In altri termini si può affermare che l'aumento dell'idoneità terapeutica è correlato con l'aumento dell'intensità del campo magnetico se il tempo di esposizione dei tessuti biologici al medesimo campo magnetico è minore o molto minore della variazione di flusso che genererebbe un potenziale d'azione evocato. Vale a dire che detti campi magnetici non sono eccitomotori. Il raggiungimento del limite superiore descritto dall'insieme delle suddette variabili biofisiche, determinerà o l'inefficacia terapeutica o la condizione di stallo terapeutico o l'esordio di effetti tossici per ora mai osservati.

Prima del raggiungimento del suddetto limite superiore unitamente alla già preconizzata Magnetofarmacologia, i campi magnetici manifesteranno le loro potenzialità rigeneratrici tessutali; in pratica si potranno rigenerare organi come il cuore, i reni, il polmone ed altro ancora oltre al fatto che emergeranno prevedibili effetti antitumorali.

CHI HA ORECCHI PER INTENDERE INTENDA


BIBLIOGRAFIA


  1. Nuova Elettronica, rivista n° 86 - 87 - (sigla kit: LX536)

  2. Elettronica Flash, n° 7 - 8 luglio agosto 1985 (pag. 65)


Articolo pubblicato per la prima volta il 21 aprile 2010

Articolo ripubblicato il 22 aprile 2010

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